Passa ai contenuti principali

La Solitudine

  La Solitudine Versi dal silenzio interiore La solitudine, un dolore silenzioso, Un abisso senza fine, un naufragio interiore. Ma forse, in questo silenzio, troverò la mia voce, E la solitudine diventerà un canto di speranza. La luna, pallida e malinconica, Guarda dall’alto la mia misera esistenza. E le lacrime si confondono con la pioggia, Nascoste, come il mio cuore, nel buio. Nel silenzio dell’anima, la solitudine si insinua, Un’ombra grigia che avvolge il cuore, Come un abbraccio freddo e implacabile. Le stelle, lontane e inaccessibili, Sembrano danzare al ritmo della mia tristezza. E il vento sussurra segreti di altre vite, Ma io resto qui, sola, con la mia pena. Elisabetta Sanguedolce

Lettera aperta a chi ha dubitato di me (e a chi lo fa ancora)

Cammino. 

Non per arrivare da qualche parte, ma per ricordarmi che posso muovermi. 

Che posso scegliere la direzione, anche quando tutto intorno sembra volerla decidere per me.

Mi avevano detto che non avevo volontà. 

Che non avevo capacità. 

Che ero troppo fragile, troppo indecisa, troppo lenta. 

E per un po’, ci ho creduto. 

Ho lasciato che quelle parole si infilassero sottopelle, come spine invisibili. 

Mi sono seduta accanto al dubbio, l’ho ascoltato, l’ho quasi chiamato amico.

Ma poi, un giorno qualunque, ho alzato lo sguardo. 

Ho visto le foglie muoversi al vento, ho sentito il sole sulla fronte, 

e ho capito che non serve il permesso di nessuno per essere ciò che sono.

Non sono qui per dimostrare nulla. 

Non voglio vincere una gara che non ho scelto di correre. 

Voglio solo vivere con autenticità, anche quando tremo. 

Voglio scegliere, anche quando sbaglio. 

Voglio essere, anche quando non capisco chi sono.

Questa lettera non è una rivincita. 

È un atto di presenza. 

È il mio modo di dire: ci sono. 

E nonostante tutto, continuo a camminare.

Con affetto Ely.



Commenti

Post popolari in questo blog

La Spiaggia delle Memorie

 La Conchiglia che Non Respira Il pescatore porse a Elena una conchiglia diversa dalle altre. Era opaca, senza riflessi, e non pulsava come le altre. Sembrava… silenziosa. «Questa non custodisce un ricordo,» disse. «Ma un vuoto.» Elena la prese tra le mani. Era fredda, leggera, e dentro non c’era nulla. Nessun profumo, nessuna emozione. Solo silenzio. «Ogni tanto,» continuò il pescatore, «il mare raccoglie ciò che non è mai stato vissuto. I sogni dimenticati, le parole non dette, gli abbracci mai dati. Questa conchiglia è uno di quei sogni.» Elena lo guardò, colpita. «E cosa si fa con un sogno perduto?» Il pescatore sorrise. «Lo si ascolta. E poi, se si ha il coraggio, lo si vive.» Elena tiene tra le mani una conchiglia grigia, opaca, mentre il pescatore la osserva  con uno sguardo profondo. Il cielo è più velato, come se il mare stesso fosse in ascolto. Attorno a loro, le altre vongole brillano lievemente, ma quella tra le mani di Elena resta immobile, come sospesa nel tempo...

Il ritorno

  “Il ritorno” Elena si voltò verso la roccia. Il pescatore era ancora lì, immobile, con lo sguardo che conteneva un saluto e un arrivederci. Lei alzò la mano, un sorriso appena accennato sulle labbra. Lui ricambiò con un lieve cenno del capo, come a dire: ora sai dove tornare . Il sentiero verso casa era breve, ma ogni passo sembrava più leggero. Il profumo del mare rimaneva sulla pelle, e nella mente risuonava ancora la voce della madre: Sarò sempre con te. Quando aprì la porta, la luce calda della sera entrò insieme a lei. Si lasciò cadere sul divano, circondata da cuscini di mille forme e colori: rotondi come lune, quadrati come finestre, morbidi come nuvole. Si rannicchiò, chiuse gli occhi e lasciò che il sonno la avvolgesse, portandola di nuovo verso la spiaggia dei sogni. “La fune dorata” Nel sogno, Elena si vede dall’alto. È lì, sul divano, avvolta dai cuscini, immobile come una figura dipinta. Accanto a lei, una fune dorata scintilla, viva di una luce propria. La fune sale...

La rabbia che mi porto dentro: una storia di ferite invisibili

Tutta la rabbia che mi porto dentro non è nata dal nulla.  È il frutto di anni di cattiverie subite,  di ingiustizie che hanno lasciato segni profondi.  Indifferenze familiari che mi hanno fatto sentire invisibile.  Comportamenti meschini, bullismo tra le mura di casa,  violenze psicologiche mascherate da “preoccupazione” o “educazione”. Non è facile parlarne.  Non è facile neanche viverlo, giorno dopo giorno, con il peso  di ciò che è stato e la fatica di ciò che ancora resta da guarire. Ma sto cercando di andare avanti.  Con ogni passo, anche incerto.  Con ogni respiro, anche affannato.  Con ogni lacrima che scende, anche se non vista. Perché la rabbia, se ascoltata, può diventare forza.  Può diventare confine, protezione, riscatto.  Non voglio più nasconderla.  Voglio comprenderla.  Voglio trasformarla in qualcosa che mi appartenga, ma che non mi consumi. Sto imparando a non chiedere scusa per ciò che sento.  ...